Ergo: le scuse non bastano!

Riportiamo l’esperienza di uno di noi sull’ErGo: un’azienda che è il simbolo di un’università sempre più privatizzata, mercificata, classista. Riconoscere come questa situazione coinvolga tutte e tutti può fornirci anche gli strumenti per una risposta collettiva.

Erik Drooker - Gears

Erik Drooker – Gears

Una cosa che mi resterà impressa dei miei primi giorni da universitario a Bologna è sicuramente l’impatto con l’Er.Go, la mega-azienda regionale che amministra le nostre borse di studio e le nostre residenze universitarie; le due cose che permettono, comunque fra tante difficoltà, a molte/i ragazze/i di studiare in un ateneo.
Su cosa, poi, ci venga insegnato è un discorso a parte! Un’università dove la didattica segue i numeri di un’economia di sfruttamento e che palesa ormai da anni la sua natura fallimentare può solo diventare più autoritaria e classista.
Questa storia inizia il 25 marzo 2013, quando mi arriva una e-mail dell’azienda dove mi viene comunicato che la somma della mia borsa di studio è stata riconteggiata poiché ero passato da un domicilio a titolo gratuito (mi ospitavano degli amici) a uno a titolo oneroso (normale affitto). Quindi mi avrebbero dato più soldi liquidi alla prossima rata, ma con una vera e propria multa del 10%, perché la comunicazione del cambio di domicilio non era stata fatta entro i trenta giorni prima dell’inizio del contratto d’affitto.
Se avessi rispettato questa “regola”, il mio contratto avrebbe avuto la durata di nove mesi, quando per essere valido deve durare minimo dieci.
Chiunque sa come sia facile cambiare casa per uno studente fuori sede: ci possono essere mille motivi!
Questo all’Er.Go non interessa e anzi ha trovato una scusa legale per rubarci il 10% della nostra borsa di studio.
Ma non è finita: oltre al danno, anche la beffa!
Con un’altra e-mail, datata 8 aprile 2013, la mega-azienda regionale mi ricorda che ho tempo fino al 12 aprile 2013 per inviare una fantomatica documentazione mancante riguardo al mio domicilio. Cominciano tempi di nervosismo e paura quando né sul profilo personale né sulla casella mail vi è traccia di quali documenti volessero, senza contare che il personale Er.Go è materialmente contattabile solo con la posta elettronica… cosa che ho fatto.
Nella tarda mattinata del giorno dopo arriva il responso, dove affermano che l’ultima comunicazione (quella dell’8 aprile) era stata inviata per errore, di non inviare niente e che si scusano per il disagio.
Sarebbero bastate le mie scuse se l’errore fosse stato mio?
La risposta a questa domanda è stata testualmente:
“Gentile *****, tutto è bene ciò che finisce bene. Cordialmente, Ufficio controlli”.
Mi avrebbero lasciato la borsa di studio, facendomi continuare l’università, se avessi riconosciuto il mio sbaglio?!
No.

Esperienze come questa sono sicuramente centinaia, per non parlare di quelle più gravi; questo è solo un piccolo esempio di come le diverse strutture di potere guadagnino sulla nostra vita precaria.
Precarietà che si manifesta nel quotidiano con queste sottili minacce, che ci ricordano come la nostra istruzione o il nostro lavoro siano costantemente sotto il ricatto di Stato e padroni che si manifesta nel rischio perenne della perdita del posto di lavoro e nell’erosione continua dei propri diritti, nel barcamenarsi tra lavori in nero per pagare gli affitti troppo alti e le tasse universitarie.
Le università prendono sempre più la forma di ipermercati, dove lavorano commessi a tempo determinato senza garanzie, dove studenti e studentesse sono venduti come prodotti usa-e-getta al miglior offerente in fiere del lavoro precario.
Questa condizione comune pare consegnarci un non-futuro fatto di sfruttamento e precarietà, di tante piccole miserie individuali. Ma è proprio dal comune che dobbiamo partire, dal collettivo: riconoscere/riconoscerci come soggetti dotati di volontà e desideri ci permette di immaginare una società diversa. Se comuni sono le condizioni materiali che viviamo quotidianamente, comune può essere l’opposizione e il conflitto a tutto ciò.
Partire dai bisogni materiali di ciascuno e quindi attuare pratiche di riappropriazione dei diritti da poter vivere in spazi liberati e in tempi fuori dalla logica di mercato.
Il sistema capitalista è pieno di crepe, sta a noi tutte/i allargarle!

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